La prima volta che ho fatto la notte in bianco per lavorare è stato nel 1998. Ero al primo anno di scienze politiche in Cattolica, e con un assistente avevamo fatto un insolito e innocente progetto per “mappare” i siti online che parlavano di politica. Internet era ancora un oggetto misterioso, in facoltà come al mio paesello.
Mi ricordo che c’era la finale di coppa dei campioni della Juventus quella sera. Io avevo l’ingrato compito di “assemblare” in un unico file i contributi di 6-7 persone, per presentare a quello che poi sarebbe diventato anni dopo il mio relatore, nonché Rettore dell’Università.
Avrei dovuto capire già allora le difficoltà del project manager, allorchè ricevetti lavori disastrosi, copia incolla sformattati, senza contare i virus che mi arrivavano da certi floppy che avevano visto più roba loro di un transessuale brasiliano.
Ovviamente preferii attendere la fine della partita per mettermi al lavoro, inaugurando così un’altra infausta abitudine: quando so di essere fottuto, e so che tanto finirò per vedere per lo meno l’alba di riflesso dal monitor del pc, me ne frego e comincio tardi. Guardo la tv, mi faccio una bella doccia. Trovo tutte le scuse possibili e immaginabili per posticipare. Non mi metto alla scrivania mai prima delle undici abbondanti.
Da allora ricordo più o meno tutte le mie nottate di lacrime e sangue. Se te le ricordi, direte voi, allora non ne hai fatte così tante. Insomma. A me son bastate. In particolare, ricordo bene:
- I capitoli della tesi da consegnare a Cotoletta
- La tesi di laurea tutta, da mandare in copisteria
- L’articolo per Global Business 2005 scritto in una notte
- La quantifica per il cliente tech
- L’articolo sulla blogosfera italiana per il White Paper Edelman
- Il piano per la gara sull’online
- Il white paper sul turismo online
Ora, perchè io deliberatamente accarezzi l’idea di ripetere certe esperienze è qualcosa che dovrebbe preoccuparmi. La novità, assolutamente enrome, che mi si presenta con il 24hrsCamp, è che non sarei solo.
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