Lo scorso novembre mi sono trovato a cambiare lavoro per la prima volta dopo tre anni. I motivi che mi hanno spinto ad una simile decisione sono stati numerosi. Ci sono crisi che nascono da un’eccessiva staticità. Altre che si presentano quando ci si affaccia a qualche cosa di nuovo. Diciamo che ho preferito scommettere su questa seconda ipotesi.
Nel cambio, su una cosa di sicuro ci ho guadagnato: il cibo. Prima lavoravo a Milano in zona Moscova-Largo La Foppa. Inutile dire che in tre anni le ho provate tutte: bar, trattorie, pizzerie, tavole calde, panifici. Complessivamente c’è da piangere: ti spennano come un pollo e mangi uno schifo. I pochi posti buoni avevano tutti dei difetti: o troppo piccoli, o esageratamente pesanti (leggi: “conditi”). O mostruosamente cari. In parte credo dipenda dal fatto che l’area di Corso Garibaldi è territorio di aperitivo, e i soldi i gestori cocainomani non li fanno certo a mezzogiorno. Risultato: pranzi piuttosto parchi, quando non tristi.
Ora in zona Missori-Corso Italia la mia panza è moooolto, ma mooolto più felice. Certo, anche da queste parti si corrono fortissimi pericoli di lasciarci un rene. Basti pensare al famigerato Assassino: un ristorante il cui nome è tutto un programma. Ma ho almeno 2-3 soluzioni per vivere felicemente. Mai e poi mai mi ero spinto ad ordinare pesce, negli ultimi anni. Ora, il venerdì l’opzione ittica è quasi una scelta obbligata.
Certo, non sempre mi riduco in questa maniera:
La giornata era piuttosto difficile: servivano rinforzi. Purtroppo, la vera crisi è scoppiata dopo. Dopo che la pasta aglio, olio e peperoncino mi è finita su camicia e pantaloni, intendo.
Uh, quasi dimenticavo: nell’altro posto non avevo i buoni pasto. Forse che forse la cosa abbia avuto un peso nella mia percezione della cuenta come generalmente (e proporzionalmente) più salata???
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