È il titolo di un pezzo di Giancarlo Galli pubblicato da Avvenire l’8 gennaio:
Dal New York Times a Le Monde, fino all’Italia. In tutto il mondo la crisi manda il tilt i bilanci dei quotidiani, ormai troppo integrati nelle logiche di quel sistema che avrebbero dovuto sorvegliare.
Poverino, crede ancora nel giornalismo come cane da guardia. C’è uno stralcio però che riporto perchè particolarmente sfizioso:
Una volta, il gran banchiere Enrico Cuccia mi regalò una battuta: “le pubbliche relazioni servono a rendere le relazioni il meno pubbliche possibile”. Il giornalismo insomma non doveva avere intermediari fra i fatti e la notizia stampata. Ancora Baldacci [che lo assunse al Giorno nel 1956!!! N.d.r.], ricordo, tracciava un frego su dichiarazioni che superavano le dieci righe. Aveva in odio le interviste: “è il giornalista che deve saper cogliere l’essenziale di chi parla, altrimenti basta un registratore! le interviste servono solo all’intervistato”.
Cuccia è morto, le sue idee no. Le dichiarazioni si sono accorciate, ma sono tremendamente inutili. Quanto alle interviste, Baldacci è stato profetico: è dagli anni Novanta che per fare il panino dei Tg al politico basta il cameraman. Che se ne fa del giornalista?
Ma tanto è tutta colpa dei diabolici PR, la categoria professionale più amata dagli avvocati perchè consente loro di guardare qualcuno dall’alto in basso sulla scala della moralità.
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