E così alla fine sono finito a Berna a lavorare per qualche mese. In TV c’è Federer, l’eroe nazionale, che le mena al povero Del Potro. Dopo una serata solitaria, in cui sembrava che tutta la casa fosse per me, sono comparsi un signore ticinese, un danese dall’ottimo italiano e uno spagnolo. Poche speranze per me di lasciarmi la mia lingua alle spalle. D’altra parte, se l’alternativa è il bernese, meglio mettere da parte ogni proposito di imparare un po’ di tedesco. Frau Silvana, la padrona di casa, parla qualcosa di comprensibile. I miei colleghi no. Mi salverà l’inglese. Oppure faremo a gesti.
Il primo giorno di lavoro passa sempre in fretta, con la scusa di attrezzare la scrivania, il giro delle strette di mano, le chiaccherate conoscitive. Per peggiorare c’è sempre domani: lasciata Milano alle spalle, i clienti mi hanno giustamente inseguito. Avranno soddisfazione, nell’attesa di capire che ne sarà del crisis manager. Al pranzo ho detto al team digital che sto cercando di smettere: se Roma in fiamme non piaceva nemmeno a Nerone, non si capisce perchè io mi dovrei eccitare per la schiuma degli atterraggi di emergenza. Meglio i mini siti in Drupal? Arridateme gli aerei.
Come qualcuno mi ha fatto correttamente notare, tre mesi sono pochi nell’arco di una vita. Ma sono tre mesi nell’arco di tre mesi. Specie se il wi-fi di Silvana è debole e Skype fa i capricci. Con Oblomov sul comodino, però, non ci si può tirare indietro. Se non fosse per l’utilità di rimpolpare l’armadio invernale, rientrare dopo una settimana per un matrimonio nippo-italiano suonerebbe quasi come un pretesto.
Domani però un po’ di spesa sarebbe il caso di farla.
[nota: pubblico questo post con 3 giorni di ritardo come l'ho scritto. Del Potro ha finito per menare Federer, che però, come Danilovic, anche se con molta meno arroganza, ha candidamente dichiarato: "non si può vincere sempre"].
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